Psicologia, Psichiatria e Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale Centro di Schema Therapy EMDR e Mindfulness ad Arezzo

Elaborare i ricordi dolorosi che non riusciamo a lasciar andare via

Il dolore è ancor più dolore se tace

Giovanni Pascoli

A cura della Dr.ssa Chiara Mercurio

Quando si vive un’esperienza davvero sgradevole, due sono le cose che si possono fare, due sono le strade che si possono percorrere. Una è quella di guardare in faccia il ricordo di quell’esperienza, continuare a pensarci, a parlarne e a provare sensazioni al riguardo: può essere difficile, ma è come se ogni volta si desse a quel ricordo un piccolo morso, lo si masticasse per bene e lo si digerisse. Esso allora entra a far parte del nostro nutrimento e ci aiuta a crescere. E la parte che fa male si riduce sempre di più. Quando si dice che attraverso i momenti difficili si diventa più forti, è a questo che ci si riferisce.
Purtroppo a volte la gente percorre l’altra strada. Il ricordo è così doloroso, fa così male che lo si vuole solo scacciare, si vuole mettere un muro tra noi e lui, ci si vuole soltanto sentire bene e riuscire a tirare avanti la giornata. Questo funziona, almeno per un po’; ci dà sollievo. Ma il problema è che il ricordo non va via, è sempre lì, fresco come il giorno in cui il fatto è accaduto, sempre pronto a ripresentarsi per essere masticato completamente e digerito in modo da diventare parte del passato. E poi, ogni volta, c’è qualcosa che ci fa ripensare a quel ricordo, come se questo dicesse: “Ehi, ci sono anch’io, mi fai entrare adesso?”.
Ecco un esempio, quasi tutti noi, se camminando veniamo urtati incidentalmente da qualcuno forse ci secchiamo un po’ per qualche secondo, ma non di più, basta un: “Mi scusi”, e tutto finisce. Ma se la persona che viene urtata ha un mucchio di rabbia compressa dietro a quel muro, avrà la nostra stessa minima normale reazione, con in più tutto quel materiale che sta dietro al muro e che dice: “Anch’io”, per cui la persona sarà talmente fuori dai gangheri da essere pronta a litigare. E questo è il problema: il materiale che sta dietro al muro ci può saltare addosso in ogni momento e provocare in noi reazioni eccessive, rendere difficili le cose facili. E talvolta, non si sa come, si insinua in noi e ci fa sentire tristi o scoraggiati o cose del genere.
Così a volte la gente, quando si ammala per via di questi problemi, va da un terapeuta per farsi aiutare. E con il suo aiuto riesce a riafferrare ciò che ha cacciato dietro al muro: prende un pezzetto di quel ricordo, lo mastica per bene, lo digerisce e diventa molto più forte. Con l’EMDR accade qualcosa di molto simile a quanto succede con le altre terapie: si riesce a riprendere ciò che sta dietro al muro, se ne prende un pezzo, lo si mastica per bene, tutto qui. Solo che con l’EMDR si rivivono i vari pezzi del brutto ricordo molto più in fretta, magari si ripercorre un intero ricordo in sole due sedute, talvolta in più, talvolta in meno”.
Greenwald R. (2000)

L’approccio EMDR (dall’inglese Eye Movement Desensitization and Reprocessing, Desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari) parte dal presupposto che la specifica procedura di cui si avvale, abbia la capacità di attivare un meccanismo neuropsicologicamente innato e fisiologicamente orientato alla salute e all’autoguarigione. Quest’approccio terapeutico suppone, infatti, che ognuno di noi possieda le risorse utili per l’elaborazione emotiva e cognitiva dei ricordi dolorosi e traumatici, e che il terapeuta abbia il ruolo di facilitare tale processo.

La Dr.ssa Chiara Mercurio applica questo approccio nella pratica clinica sia con adulti che con bambini e adolescenti.

Bibliografia

Greenwald R. (2000), L’EMDR con bambini e adolescenti, Astrolabio, Roma.

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