Psicologia, Psichiatria e Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale Centro di Schema Therapy EMDR e Mindfulness ad Arezzo

La Dipendenza Affettiva.

 

La difficoltà della giusta distanza nelle relazioni.

dipendenza affettiva

A cura della dott.ssa Giovanna Mengoli

 

“In una fredda giornata d’inverno un gruppo di porcospini si rifugia in una grotta e per proteggersi dal freddo si stringono vicini. Ben presto però sentono le spine reciproche e il dolore li costringe ad allontanarsi l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li porta di nuovo ad avvicinarsi si pungono di nuovo. Ripetono più volte questi tentativi, sballottati avanti e indietro tra due mali, finché non trovano quella moderata distanza reciproca che rappresenta la migliore posizione, quella giusta distanza che consente loro di scaldarsi e nello stesso tempo di non farsi male reciprocamente.”

Arthur Schopenhauer

Quando parliamo di “confini” in una relazione parliamo della vicinanza e della distanza dall’altro, della nostra capacità di percepirci come persona, come un “Io”… un pò come dire “sono consapevole di dove inizio e dove finisco”.

Il confine definisce, protegge e delimita la nostra identità.

Non è semplice modulare la giusta distanza nelle nostre relazioni, soprattutto in quelle più significative. Questa possibilità non riguarda solo le nostre relazioni d’amore, ma anche le amicizie, i rapporti familiari e lavorativi. Se ci osserviamo possiamo vedere come ci muoviamo continuamente lungo questo asse della distanza-vicinanza.

La distanza è data dal tempo e dallo spazio: quanto del nostro tempo dedichiamo all’altro? Quanto del nostro spazio riempiamo con l’altro?

In generale, possiamo descrivere due modalità estreme di stare in relazione con l’altro, considerando nel mezzo, le infinite sfumature. Ad un estremo abbiamo la modalità in cui ci si fonde e confonde con l’altro, dimenticandosi di se stessi e della nostra identità, si vive in funzione dell’altro, mettendo da parte la propria vita. L’altro estremo troviamo la modalità in cui si entra in relazione con l’altro, ma mantenendo sempre un’estrema distanza interna, non riuscendo realmente ad entrare in relazione intima con l’altro.

Chi si identifica con la prima polarità vive spesso legami che sono connotati da uno status di dipendenza affettiva.

La dipendenza affettiva è uno stato patologiconel quale la relazione di coppia è vissuta come condizione unica, indispensabile e necessaria per la propria esistenza. È la conditio sine qua non aldilà della quale non è possibile sopravvivere. Diventa la linfa vitale di cui quotidianamente nutrirsi.

Chi vive questo tipo di dipendenza attribuisce all’altro, oggetto d’amore, un’ importanza tale da annullare se stessi, non ascoltando i propri bisogni e le proprie necessità, subordinandoli a quelli dell’altro, a volte non riconoscendoli. Tutto questo per evitare di affrontare la paura più grande: la paura dell’abbandono, la rottura della relazione!

Le relazioni che i soggetti affetti da dipendenza affettiva instaurano non sono casuali e neanche la scelta del partner lo è.

Tipicamente i soggetti che presentano questo disturbo hanno l’idea di essere incapaci di vivere da soli e di non essere in grado di affrontare gli eventi della vita. Si sentono smarriti, vuoti e inutili senza la presenza di una persona al loro fianco.

Per tale motivo chi soffre di dipendenza affettiva quando inizia una relazione pensa al brillante futuro di protezione che potrebbe avere con questa persona. Il partner si ingaggia in una relazione affettiva con questa tipologia di soggetto solo perché ha bisogno di sottomettere qualcuno su cui spesso esercitare la propria superiorità.

Sono dunque atteggiamenti e comportamenti che si incastrano perfettamente come la chiave alla serratura: ogni vittima esiste perchè esiste un carnefice e viceversa.

Il soggetto dipendente presenta spesso una scarsa autostima percependosi sbagliato, inadeguato e  incompetente; tale considerazione di sé lo rende insicuro e lo porta ad avere una bassa valutazione del proprio valore personale e delle proprie capacità.

Il partner del dipendente sceglierà proprio un partner con tali caratteristiche ovvero con delle aree di vulnerabilità che gli consentiranno di avvilire le debolezze di questa persona, sul piano del fisico, del carattere, della bellezza, dell’intelligenza, operando un costante confronto con un ipotetico altro sempre migliore. Alla lunga questo atteggiamento determina nel dipendente una maggiore insicurezza che porterà a reazioni di gelosia, di paura, “sicuramente sceglierà chi è meglio di me”.

Tutto questo porta nel dipendente alla formazione di un circolo vizioso che si autoalimenta, ovvero totale perdita di autostima e di autoefficacia, allerta continua, terrore della perdita, che si manifesta con un senso di ansia costante e un aumento nel controllo nella relazione, ad esempio cercando di comprendere la volontà e i piaceri dell’altro, cercando di fare stare bene il proprio partner anticipandone i desideri e perpetuando la dipendenza.

Uscire da questo tipo di dinamiche relazionali è un percorso tortuoso e difficile, ma il primo passo da fare è quello di iniziare ad amare se stessi e a mettersi al centro della propria vita, riconoscendo I propri bisogni come giusti e al pari di quello del partner.

Come scriveva la dott.ssa Robin Norwood nel libro Donne che amano troppo”:

“Quando amiamo troppo, in realtà non amiamo affatto perché siamo dominate dalla paura: paura di restare sole, paura di non essere degne d’amore, paura di essere abbandonate o ignorate…

E amare con paura significa soprattutto attaccarsi morbosamente a qualcuno che riteniamo indispensabile per la nostra esistenza. Amare in modo sano è imparare ad accettare e amare prima di tutto se stesse, per potere poi costruire un rapporto gratificante e sereno con un uomo “giusto” per noi”.

 

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