In questi ultimi anni si sta delineando un’importante trasformazione nel campo delle dipendenze patologiche. Infatti, accanto all’abuso, al consumo, alla dipendenza di sostanze tradizionali (alcool, hashish e derivati, eroina, cocaina), si evidenzia un crescente utilizzo di quelle che vengono definite “le nuove sostanze” , ovvero forme di dipendenza che non prevedono l’utilizzo di sostanze psicotrope.
Esempi di nuove dipendenze sono la dipendenza da internet (IAD, Internet Addiction Disorder), da acquisti compulsivi (Compulsive Buyers), da esercizio fisico (Exercise Addiction), da lavoro (work addiction), da gioco d’azzardo (Pathological Gambling),etc.
Queste dipendenze provocano le stesse conseguenze delle altre tossicodipendenze (l’escalation, la tolleranza, l’astinenza, l’evoluzione progressiva del quadro, etc.), ma si costruiscono e si autoalimentano in assenza di qualsiasi sostanza.
Spesso hanno a che fare con comportamenti, abitudini, usi del tutto legittimi e spesso socialmente incentivati (ad esempio l’esercizio fisico, l’uso di tecnologie informatiche, il lavoro, etc.).
Negli ultimi anni si è assistito ad un’enorme diffusione di tali dipendenze, tanto che la letteratura scientifica non ha potuto fare a meno di rivolgervi il proprio interesse.
È emerso, in particolare, che uno degli elementi che accumunano i nuovi addicted è il fenomeno del craving ovvero il forte e irresistibile bisogno di assumere una sostanza o di avere un oggetto.
Per molti autori, proprio il craving è considerato il cuore delle dipendenze patologiche e il processo nucleare che guida verso la perdita di controllo del proprio comportamento. Per tali ragioni è considerato un oggetto d’intervento chiave nel trattamento delle dipendenze patologiche.
Una domanda che resta aperta è: qual è il funzionamento cognitivo che alimenta o sostiene questa sensazione di desiderio e impulso incontrollabile (craving)? Cosa è che ci spinge irrefrenabilmente verso qualcosa?
Recentemente alcuni studi hanno esplorato il modo in cui individui con disturbi da dipendenze patologiche e controllo degli impulsi pensano agli oggetti del proprio desiderio (un vestito, un paio di scarpe, etc) e hanno individuato uno stile di pensiero con specifiche caratteristiche: Il pensiero desiderante questo è il suo nome tecnico, ovvero come noi pensiamo ai nostril oggetti del desiderio.
Il problema, tuttavia, non sono i desideri. Il problema è come reagiamo mentalmente quando i desideri balzano alla nostra coscienza. Alcuni di noi discriminano rapidamente i desideri su cui vogliono soffermarsi da quelli che in realtà non vogliono perseguire. Altri si soffermano a elaborare mentalmente questi desideri, il ché significa:
(1) immaginare le sensazioni che si provano ad esaudirli, (2) pianificare mentalmente (come fosse un film) le azioni da compiere per raggiungerli, (3) identificare le ragioni valide che ci possono “concedere” o “permettere” di sceglierli.
Questo processo di pensiero talvolta è tanto automatico che le persone non si rendono conto di esservi immerse. Sono fuse dentro questo canale di elaborazione. Questo processo cognitivo ha un impatto forte sulla sensazione di desiderio o di ‘fame’ per un oggetto o per un’attività e può influire, quindi, profondamente sulle nostre capacità di autocontrollo.
Gli studi sul pensiero desiderante ci mostrano sempre di più come il problema non siano i nostri desideri, ma come rispondiamo ad essi.
Tale scoperta dal punto di vista psicoterapico si traduce in un focus d’intervento che risulta essere maggiormente centrato sull’identificazione e riduzione di tale tipologia di pensiero.
Dott.ssa Giovanna Mengoli



